Zanzare: repellenti efficaci e truffe

Le zanzare sono un tassello essenziale delle rete trofica; libellule, pesci, uccelli anfibi, vari artropodi predatori, pipistrelli e altro ancora dipendono in larga parte dalle zanzare per il loro sostentamento alimentare.

Tra l’altro sono impollinatori importanti di tantissime piante e impollinatori esclusivi di altre. Senza le zanzare sul pianeta e non avremmo piante di cacao.

Quasi un milione di persone muoiono ogni anno a seguito delle zoonosi trasmesse dalle larve di zanzara, ma 8 miliardi sopravvivono grazie gli animali che se ne nutrono o alle piante che impollinano.

Sì ok, sono utili ho capito, ma non posso passare tutta estate a grattarmi per le loro punture.

Posto che eliminarle dall’ambiente sarebbe un grave danno anche per noi come possiamo diminuire il numero di punture che riceviamo da questi ditteri ematofagi?

Abbiamo messo a punto centinaia di rimedi, fisici, chimici e comportamentali alcuni molto efficaci, altri decisamente meno fino ad arrivare ad alcuni “rimedi” che sono in realtà delle vere e proprie truffe.

Secondo il ministero della salute https://www.salute.gov.it/imgs/C_17_opuscoliPoster_368_allegato.pdf

I prodotti di comprovata efficacia come repellenti sono quelli contenenti i seguenti

principi attivi:

– dietiltoluamide (DEET) https://en.wikipedia.org/wiki/DEET

– Icaridina (KBR 3023) https://en.wikipedia.org/wiki/Icaridin

– etil butilacetilaminopropionato (IR3535) https://it.wikipedia.org/wiki/IR3535

– paramatandiolo (PMD o Citrodiol) https://en.wikipedia.org/wiki/P-Menthane-3,8-diol

Questi principi attivi prodotti possono essere distribuiti come spray, stick cutanei, salviette umidificate e latti e gel da spalmare sulla cute.

Nota sulla Permetrina: la permetrina è un piretroide di sintesi estremamente efficace come insetticida ad ampio spettro, terribilmente inquinante e molto pericoloso per i gatti.

Per quanto abbia una azione anche come repellente, a livello Europeo è classificato come INSETTICIDA e non come REPELLENTE.

Quindi il BioKill, tanto amato da qualcuno, non è particolarmente gentile verso l’ambiente, verso i vostri gatti e nemmeno verso la nostra pelle coriacea. Se proprio volete usarlo, va spruzzato sui VESTITI e non sulla pelle, lo stesso dicasi per tutti i prodotti a base di DEET (vi ricordo scioglie la plastica, quindi non meravigliatevi se poi le plastiche trasparenti diventano opache).

Zampironi, Piastrine antizanzare (vape mat) e diffusori ambientali domestici a lunga durata (Vape Liquido 60 notti)

Zampironi e piastrine antizanzare contengono piretroidi.

Le piastrine e gli zampironi sono invece repellenti controindicati per persone asmatiche e allergiche, e se ne sconsiglia l’uso, come nel caso di repellenti a base di DEET, anche in presenza o nelle stanze di bambini sotto i 3 anni.

I diffusori ambientali a lunga durata come il Vape Liquido 60 notti sono a base di Pralletrina, un piretroide insetticida ben tollerato dai mammiferi e uccelli, ma estremamente tossico per insetti (incluse le api) e pesci.

https://en.wikipedia.org/wiki/Prallethrin

Sono invece truffe conclamate:

– prodotti omeopatici in genere, incluso il famigerato Ledum palustre

– i sistemi a ultrasuoni

– gli integratori vitaminici (fanno tanto bene alla salute, se ne siete in carenza, ma non aiutano ad evitare le punture di zanzara)

Scarsamente efficaci (praticamente nulla) con occasionali effetti irritanti su persone particolarmente sensibili

– oli essenziali e citronella

ecco cosa dice Altroconsumo sull’argomento https://www.altroconsumo.it/…/consigli/antizanzare-inutili

Ulteriori approfondimenti sui principi attivi e altri metodi dissuasivi https://www.altroconsumo.it/…/consigli-repellenti-zanzare

Opinione personale:

Chiaramente un singolo caso personale non ha alcun valore statistico.

A inizio giugno sono andato a fotografare uccelli di palude in Romagna, al tramonto… vi lascio immaginare.

Ho usato un prodotto a base di Citrodiol, estratto da eucalipto (se non altro ha un buon profumo) https://amzn.to/39nrsp5

Ne sono uscito senza nemmeno un pizzico dopo diverse ore di esposizione.

Per tutti i principi attivi efficaci, si raccomanda di non usarli su bambini sotto ai 36 mesi di età, 24 nel caso di Paramatandiolo.

In ogni caso, per la protezione di bambini sotto i 36 mesi consultate il vostro pediatra.

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Uso dei nomi di animali e piante

L’uso dei nomi di animali e di piante
in tesi e pubblicazioni scientifiche
versione 1.1 (febbraio 2020)
di Alessandro Minelli

Link al documento originale scaricabile in PDF

Ranghi tassonomici

Negli ultimi decenni, con il consolidarsi della sistematica biologica attorno ai principi filogenetici (cladistici), si sta assistendo ad un progressivo abbandono dell’uso dei ranghi (o categorie tassonomiche) propri della classificazione tradizionale linneana, come famiglia, ordine, classe. Di questa scelta è raccomandabile tenere conto.

  • Se il lavoro non ha carattere tassonomico, è preferibile evitare di menzionare il rango del taxon citato.

I mammiferi contano circa 5000 specie piuttosto che la classe dei mammiferi conta circa 5000 specie

Castanea sativa appartiene alle Fagaceae piuttosto che Castanea sativa appartiene alla famiglia delle Fagaceae

  • Si raccomanda di evitare – soprattutto nei lavori di carattere non tassonomico – l’inserimento nel testo (compresi gli eventuali elenchi di reperti) di ‘tabelline’ che riportano l’intera gerarchia dei taxa sopraspecifici in cui ciascuna specie citata è inserita – come nell’esempio che segue, relativo a una singola specie, che può essere ridotto alla semplice citazione del nome scientifico di quest’ultima (Canis lupus Linnaeus, 1758).

Phylum Chordata
Subphylum Vertebrata
Classe Mammalia
Ordine Carnivora
Famiglia Canidae
Genere Canis Linnaeus, 1758
Specie Canis lupus Linnaeus, 1758

  • Sono naturalmente accettabili (e spesso necessari) gli elenchi articolati in rubriche, come nell’esempio seguente:

Buprestidae
Buprestis novemmaculata Linné, 1767
Chalcophora intermedia (Rey, 1890)
Carabidae
Cychrus italicus Bonelli, 1810
Carabus (Chaetocarabus) lefebvrei bayardi Solier, 1835
Pterostichus ruffoi Sciaky, 1986
Pterostichus melas italicus (Dejean, 1828)


Nomi scientifici

  • Il nome scientifico delle specie animali o vegetali di cui si parla va sempre indicato per intero la prima volta che viene usato nel testo e, se vi compare, anche nel titolo della tesi o dell’articolo.

Caenorhabditis elegans; Drosophila melanogaster; Arabidopsis thaliana e non C. elegans, D. melanogaster, A. thaliana, e nemmeno Drosophila [se si riferisce a Drosophila melanogaster e non al genere Drosophila nel suo complesso] o Arabidopsis [id.]

  • I nomi di genere e di specie vanno scritti in corsivo (in tondo, però, il nome dell’autore e l’anno di descrizione, quando vengono precisati).

Homo; Rosa; Arabidopsis thaliana; Homo sapiens Linnaeus, 1758

Ugualmente in tondo va l’abbreviazione ‘sp.’ (plurale: ‘spp.’ in zoologia, ‘sp. pl.’ in botanica) che si aggiunge al nome di un genere quando non è necessario o non si sa indicare l’epiteto specifico (o gli epiteti specifici).

Carbus sp.; Rosa sp. pl.

In zoologia, il corsivo non va usato per i nomi di taxa di rango superiore al genere.

Hominidae; Passeriformes; Amphibia; Mollusca

In botanica, il corsivo si può usare anche per i nomi dei taxa di rango superiore al genere.

Rosaceae; Magnoliophytina

  • Nelle citazioni di una stessa specie successive alla prima, soprattutto se numerose e ravvicinate, il nome del genere può essere abbreviato.

Le specie rinvenute sono Geophilus pygmaeus, Clinopodes carinthiacus e Strigamia crassipes. Gli esemplari di C. carinthiacus sono stati rinvenuti ai piedi degli alberi.

Nell’applicare la norma precedente, occorre fare però attenzione alle possibili ambiguità. Se nel testo che precede sono state citate due o più specie appartenenti a generi diversi che iniziano con la stessa lettera, abbreviare il nome generico alla sola lettera iniziale è rischioso.

La discussione è qui limitata a poche specie: Carabus granulatus, Chlaenius velutinus e Cymindis humeralis. La presenza di Carabus granulatus [qui, preferibile rispetto alla forma abbreviata: C. granulatus] suggerisce che…

In una elencazione di specie appartenenti allo stesso genere, anche se non già citate in precedenza, il genere sarà abbreviato per tutte quelle che seguono la prima.

La fauna di Cipro include, tra gli Staphylinidae, Oxytelus laqueatus, O. piceus, O. sculptus, Platystethus arenarius, P. brevipennis, P. cornutus etc.

  • È di regola raccomandabile la specificazione dell’autore e dell’anno di descrizione della specie. Questo è necessario nei lavori di carattere tassonomico e fortemente raccomandabile in quelli (ad esempio, di natura faunistica o floristica) in cui si citano molte specie. Non si usa specificare autore e anno, invece, nei lavori che trattano solo di una specie modello, come Drosophila melanogaster.
  • A parte il caso di lavori di carattere tassonomico in cui vengono discusse le specie in questione, autore e anno vanno specificati una sola volta nell’intera tesi o nell’intero articolo: di norma, lo si fa in occasione della prima citazione, o in una sede opportuna come Materiali e Metodi, o in una tabella che contiene i nomi di tutte le specie citate.
  • Il Codice Internazionale per la Nomenclatura Zoologica prescrive l’interposizione di una virgola fra autore e anno e la collocazione di autore e anno fra parentesi nel caso in cui il binomio oggi in uso sia diverso dalla denominazione originaria della specie, perché quest’ultima è stata successivamente spostata in un genere diverso.

Cervus elaphus Linnaeus, 1758, il cervo rosso o cervo nobile europeo
[la specie è rimasta nel genere Cervus, per cui il suo nome attuale è identico a quello usato da Linneo nel 1758]

Rattus norvegicus (Berkenhout, 1769), la pantegana o ratto delle chiaviche
[descritto da Berkenhout nel 1769 come Mus norvegicus e successivamente collocato nel genere Rattus]

  • Le corrispondenti norme previste dal Codice Internazionale per la Nomenclatura di Alghe, Funghi e Piante sono più articolate. Se il binomio considerato accettato è identico a quello originariamente attribuito alla specie, al binomio stesso si fa seguire, senza parentesi, il nome dell’autore, di solito abbreviato, mentre l’anno viene omesso. Se, al contrario, il binomio accettato non è identico a quello originario, ad esempio perché la specie è stata in seguito spostata in un genere diverso, il nome dell’autore del binomio originario va messo, tra parentesi, subito dopo il binomio stesso ed è seguito, fuori parentesi, dall’abbreviazione dell’autore responsabile del nuovo binomio.

Canna indica L. e Heterotrichum pulchellum Fisch. sono esempi di nomi rimasti invariati.
Arabis verna (L.) R.Br. fu descritta da Linneo nel 1753 come Hesperis verna; la specie fu poi trasferita nel genere Arabis da Brown nel 1812.

  • In zoologia, nel caso in cui un genere sia diviso in sottogeneri, il nome del sottogenere – se si ritiene opportuno citarlo, ma non è obbligatorio – viene posto, tra parentesi, fra il nome generico e l’epiteto specifico. In tale posizione non deve essere mai messo un eventuale sinonimo del nome generico.

Carabus (Megodontus) germari Sturm, 1815;
ma non Plectogona (= Antroherposoma) vignai (Strasser, 1970)

  • In botanica, un genere può essere suddiviso in parti diversamente denominate, es. sottogeneri, sezioni o serie. Se specificato, il nome di una di queste divisioni va indicato come nel caso dei sottogeneri in zoologia; inoltre, il suo rango può essere specificato.

Loranthus (Ischnanthus) gabonensis, oppure Loranthus (sect. Ischnanthus) gabonensis

  • In zoologia, se all’interno di una specie vengono riconosciute delle sottospecie, il nome di queste viene espresso con un trinomio, come nell’esempio seguente. Per l’indicazione di autore e anno restano valide le norme precedenti.

Carabus germari fiorii Born, 1901, oppure Carabus (Megodontus) germari fiorii Born, 1901

  • In botanica vengono riconosciute suddivisioni della specie di rango diverso (sottospecie, varietà, etc.). Se specificato, il nome di una suddivisione della specie deve essere preceduto dall’indicazione del suo rango. In caso di autonimi (nome dell’entità sottospecifica identico a quello dell’epiteto specifico), il nome dell’autore si specifica solo dopo il nome della specie.

Aloe perfoliata var. vera L.; Salvia grandiflora subsp. willeana Holmboe
Lobelia spicata Lam. var. spicata

  • Va ricordato che il codice internazionale che disciplina la nomenclatura zoologica regola solo i nomi relativi a specie, generi e famiglie (e loro eventuali suddivisioni: sottospecie, sottogeneri, tribù, sottofamiglie), ma non i nomi dei taxa tradizionalmente considerati di rango superiore alla famiglia; anche a quest’ultimi si estendono invece le norme del codice che regola la nomenclatura di piante e funghi.

Nomi volgari

  • Tutti i nomi volgari (sia di specie che di taxa di rango superiore alla specie) si scrivono in tondo.

gatto, felidi, margherita, angiosperme

  • In passato, il nome volgare della specie veniva scritto con iniziale maiuscola nel caso in cui ci si riferisse al taxon, piuttosto che ad un individuo della stessa.

Il Capriolo appartiene ai Cervidi ma ho osservato un capriolo che si nutriva di germogli

La distinzione, non sempre facile, è stata progressivamente abbandonata e oggi in genere si accetta che i nomi volgari delle specie e dei taxa sopraspecifici vengano sempre scritti con iniziale minuscola.

capriolo, cervidi, mammiferi

  • Il nome della specie va trattato come etichetta invariabile (senza plurale):

questa popolazione di orso bruno e non questa popolazione di orsi bruni

Riferimenti utili

Repertori di nomi

Catalogue of Life [animali e piante del mondo, non ancora completo]
https://www.catalogueoflife.org/

Fauna Europaea [animali terrestri e d’acqua dolce d’Europa, sostanzialmente completo]
https://fauna-eu.org/

WORMS World Register of Marine Species [organismi marini del mondo, sostanzialmente
completo]
http://www.marinespecies.org/index.php

GBIF [diversi repertori, anche di nomi volgari in lingue diverse, e informazioni sulla distribuzione geografica; in progressivo sviluppo]
https://www.gbif.org/

Checklist delle specie della fauna italiana [la versione in rete comprende tutte le specie animali terrestri, d’acqua dolce e marine conosciute per l’Italia intorno al 1990; aggiornamenti sono previsti a partire dalla metà del 2020]
http://www.faunaitalia.it/checklist/

Portale della flora d’Italia [fornisce l’accesso a schede, con foto e dati di distribuzione geografica, per tutte le specie di piante vascolari d’Italia]
http://dryades.units.it/floritaly/

Norme che disciplinano la nomenclatura

International Commission on Zoological Nomenclature. 1999. International Code of Zoological Nomenclature (4th ed.). London: The International Trust for Zoological Nomenclature.

Turland, N. J. et al. (eds.) 2018. International Code of Nomenclature for algae, fungi, and plants (Shenzhen Code) adopted by the Nineteenth International Botanical Congress Shenzhen, China, July 2017 Regnum Vegetabile 159. Glashütten: Koeltz Botanical Books.

Lapage, S. P., Sneath, P. H. A., Lessel, E. F., Skerman, V. B. D., Seeliger, H. P. R., & Clark, W. A. (1990). International code of nomenclature of bacteria. Washington, DC: ASM Press.

Questo documento, redatto da Alessandro Minelli, tiene conto degli utili suggerimenti di Moreno Clementi e Giuseppe Fusco

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La storia evolutiva degli imenotteri

Oggi vi parlo di un argomento che volevo affrontare da tempo. Molti fra voi sapranno che gli imenotteri sono il gruppo di animali che mi interessa ed appassiona maggiormente, ma un’altra mia passione è la biologia evolutiva. Quale miglior modo per unire questi miei due interessi se non parlando del singolare percorso evolutivo degli imenotteri? Ne sono personalmente affascinato, non solo perché tale strada è molto ricca di “colpi di scena” e adattamenti pazzeschi, ma anche perché offe numerosi esempi di fenomeni evolutivi poco discussi ma affascinanti come ad esempio l’exaptation, di cui parleremo in seguito nel dettaglio.

Il nostro percorso inizia nel Permiano, circa 280 milioni di anni fa. All’epoca, l’antenato comune di tutti gli imenotteri era un esserino dall’aspetto anonimo le cui larve, provviste di zampe, pseudozampe e una buona locomozione, potevano tranquillamente passare per bruchi. Tali larve si cibavano di materiale vegetale, primariamente getti e germogli verdi, che sgranocchiavano dall’esterno o nei quali scavavano piccole gallerie. Utilizzando l’odierna classificazione tassonomica, tale esserino era un Synphyta (sinfite), ovvero un imenottero con torace e addome fusi assieme a formare un blocco corporeo pressoché unico, con cuticola morbida e al termine dell’addome una formazione tozza e corta ma anche molto rigida, che l’organismo utilizza per incidere gli steli delle piante e deporre le uova in queste incisioni.

Xyelidae
Xyelidae non altrimenti specificato (fonte: iNaturalist), questo è probabilmente l’aspetto approssimativo che doveva avere l’imenottero ancestrale

Inizialmente non vi fu molta diversificazione, ma dopo la più grande estinzione di massa della storia della Terra, che aprì molte nicchie ecologiche nuove ma segnò anche la fine del Permiano e l’inizio del periodo Triassico, avvenne una rapida radiazione adattiva che portò all’evoluzione di numerosi gruppi con specializzazioni diverse. La radiazione adattiva è quel processo che consente l’evoluzione di numerose specie in un lasso di tempo relativamente breve (pochi milioni di anni). Tale fenomeno è spesso innescato dall’apertura di una grossa nicchia ecologica tutta da colmare, come accade spesso proprio in seguito ad un’estinzione di massa. In alcuni gruppi che si originarono a seguito di questa radiazione, vi erano specie le cui larve non si nutrivano più di getti verdi delle piante, ma dello stesso legno di tronchi e rami: ad esempio il gruppo noto come Siricoidei. a questo punto le larve degli imenotteri iniziano ad abbozzarsi, perdono le zampe e le pseudozampe, perdono buona parte della loro mobilità.

Tremex
Siricidae del genere Tremex mentre perfora un pezzo di legno per deporvi le uova

La vita di una larva di Siricoideo è abbastanza frugale ma onesta: nasci, ti scavi una galleria nel legno, mangi legno la mattina, mangi legno la sera, fai una galleria qua, fai una galleria là, ogni tanto fai la cacca, poi quando sei pronto ti crei un bozzolo formato dalle tue stesse feci nel quale affronti la fase pupale, e dopo un po’ di tempo ti trasformi in un esemplare adulto e svolazzante pronto a usare un organo stretto e rigido, l’ovopositore, per trovare altro legno nel quale trapanare per deporre le uova. Ricordiamo però, che nell’evoluzione va avanti chi riesce ad adattarsi meglio all’ambiente.

Adattarsi significa anche riuscire a nutrirsi adeguatamente, e il legno non è che sia proprio la colazione del campione… la cellulosa e la lignina sono difficilissime da digerire, serve per forza fare simbiosi con delle colonie di microrganismi che poi ti vivono nell’intestino, e la resa energetica non è mica altissima… nsomma, mangi per campare. Dunque potreste mai biasimare una larvetta di Siricide che fra un boccone al legno e l’altro, ogni tanto, giusto per cambiare un po’, tira un mozzico ad un’altra larva che le capita a tiro? ma sì, è un’indulgenza sporadica, una tantum, dai, chiudiamo un occhio per questa volta, oggi mangio mio cugino e domani torno a mangiare legno, che vuoi che succeda…

Beh succede che nasce una categoria di Sinfiti, gli Orussidae, le cui larve ben presto imparano a nutrirsi solo di larve di altri sinfiti😅Mamma Orusside cerca una larva bella succulenta, usando le tracce chimiche lasciate dalle feci di tale larva disseminate in giro. Una volta trovata, vi depone un ovetto vicino, o magari proprio sopra, o perché no, anche dentro, tanto l’ovopositore se sai come manovrarlo può fungere un po’ anche da ago ipodermico. Quando la larva dell’Orusside emerge, essa si trova già un banchetto riccamente proteico li a portata di mano e divora la larva ospite. Signore e signori, ecco che nasce il parassitoidismo!

Orussus terminalis
Orussus terminalis, famiglia Orussidae, ovvero gli inventori del parassitoidismo negli imenotteri. Credit iNaturalist

R I V O L U Z I O N E. La strategia di mamma Orusside riscuote un successo enorme, a quanto pare parassitare un’altra specie è molto più vantaggioso in termini calorici che mangiare legno, chi l’avrebbe mai detto! Ma aspetta un momento… la fuori ci sono anche un sacco di altri insetti con larve succose e ricche di proteine, ci sono i coleotteri, ci sono i lepidotteri… sta a vedere che posso parassitare anche loro?? E così, altra enorme nicchia ecologica da colmare, altra radiazione adattiva, si evolve una quantità scandalosa di nuove specie di parassitoidi.

Sembra proprio che questa strategia riproduttiva sia perfetta, così perfetta che emergono addirittura parassitoidi degli stessi Orussidi! Il cugino di primo grado dell’Orusside, tale signor Apocrito, che è anch’esso un parassitoide ma non è mica scemo, evolve un modo per far sì che le sue larve non vengano rintracciate da altri parassitoidi: la stipsi😆no, davvero: dal momento della nascita fino a poco prima di impuparsi, la larva dell’Imenottero Apocrito è priva di ano. Mantiene tutti gli scarti digestivi dentro il corpo, per evitare che l’aroma delle sue feci attiri cugini indesiderati.

Trogus lapidator,
Trogus lapidator, Ichneumonidae, parassitoide del bruco di macaone

Gli Apocrita sono dei rivoluzionari, sviluppano anche un’interessante novità: al fine di manovrare meglio l’ovopositore -anche perché inoculare uova in un ospite semovente è un lavoro certosino che richiede una precisione più che chirurgica- sviluppano una strozzatura nel mezzo del corpo, fra il primo e il secondo segmento addominale. Il primo segmento rimane fuso col torace, nella parte anatomica detta propodeo, mentre fra quest’ultimo e il resto dell’addome si genera un “vitino” ristretto chiamato peziolo. Apocrita significa proprio questo, dal Greco Apokriton che significa separato. Il peziolo non solo rende più facile l’inoculazione di uova all’interno dell’ospite, ma stabilizza anche il volo. Infatti a che alcuni Ditteri, abilissimi volatori, l’hanno evoluto indipendentemente. Alcuni ditteri hanno anche evoluto il parassitoidismo. Insomma, sono un po’ copioni dai.

Bene, ora che la radiazione evolutiva dei parassitoidi è compiuta, e gli imenotteri hanno trovato il modo perfetto per vivere, ovvero a spese di altre specie, ci si può godere in pace il resto del Mesozoico: giusto in tempo per guardare l’ascesa e il dominio dei dinosauri, che fino ad ora erano ancora insulsi prototipi!

E invece no! Perché l’evoluzione non si ferma mai! Non esiste la perfezione, la vita è cambiamento. Alcuni Apocrita, precisamente nel gruppo Aculeata, caratterizzato da un ovopositore retrattile, hanno notato che per aumentare le chances di successo della loro prole si può costruire un nido.. ma nulla di troppo elaborato, che so, una celletta di fango, un buco nel terreno… e murarci vive le prede in compagnia delle proprie uova. Tecnicamente non si parla più di parassitoidismo, ma di una forma un po’ contorta di predazione. Ed è qui che troviamo l’exaptation: dal momento che non è più necessario inoculare l’uovo nell’insetto ospite, perché tanto chiuso nel nido mica scappa, non serve più avere un ago che sporge dalle parti basse. L’ovopositore perde la funzione per la quale la natura lo ha disegnato. E quindi che fa, sparisce? eh no! perché è molto più facile murare viva una preda se questa è anestetizzata… Si insomma, collabora meglio. Capite già dove vado a parare? è così che l’ovopositore diventa un mezzo di inoculazione non delle uova, ma del veleno. Un veleno blando, che serve solo a tramortire le prede, nulla di troppo elaborato per ora… ma sempre veleno è!

Sceliphton destillatorium
Sceliphron destillatorium, Sphecidae, predatore solitario di ragni che accumula in nidi fangos

Ridendo e scherzando, anzi, ridendo e predando, siamo già nel bel mezzo del Giurassico (200-150 milioni d’anni fa). Alcuni Apocrita predatori hanno notato che ultimamente alcune delle loro prede sono sporche di questa strana robetta gialla… com’è che si chiama, polline? bleah che schifo, sa di polvere, meglio dare una lustrata alle prede prima di metterle nel nido. Dicevamo? ah sì, i predatori col nido. Inutile girarci intorno, l’unione fa la forza, così ben presto alcune specie di predatori solitari inventano forme primitive di cooperazione. Hanno questa strana idea in mente che se parte della prole, invece che andar via a formarsi il proprio nido, resta ad aiutare la mamma a crescere altra prole, le possibilità di successo della famiglia aumentano. Avrà fortuna questa loro strampalata idea? boh, staremo a vedere.

E siamo nel Cretaceo (150-66 milioni d’anni fa). L’era di picco dei dinosauri più noti e fighi. Le angiosperme stanno diventando predominanti, fiori ovunque, il polline diventa una presenza sempre più forte nella vita degli imenotteri predatori. La signora Anthophila, che essendo moderna e di larghe vedute non condivide il pregiudizio delle sue sorelle nei confronti di questa nuova sostanza, si è adattata ad usare prede ricoperte di polline. Un bel giorno si è accorta che il polline è altrettanto nutriente e proteico, ed è molto molto abbondante, anche perché non bisogna cacciare per ottenerlo, le piante lo danno gratis. Così fa una cosa pazza e assurda, abbandona la dieta carnivora e inizia a nutrire le sue larve con solo polline. Mah dai, non è così male. Sembra che la fortuna sia dalla sua part

BOOOOOOOM

asteroide, ciao ciao dinosauri. E mo’? è la fine? No. I fiori sono sopravvissuti all’estinzione, anzi si stanno diversificando un sacco in questo nuovo mondo post-apocalittico. Radiazione evolutiva delle api, tante nuove specie che si specializzano in vari modi per raccogliere il polline, alcune sulle zampe posteriori, altre sulla pancia, certe addirittura non contente si mettono a raccogliere anche il nettare. Per ora sono tutte solitarie, fin quando ad una di esse viene la brillante idea di mettere su famiglia. ricordate le vespette predatrici di prima, che volevano creare una società? beh l’idea non è proprio brutta, e il sistema aplodiploide di determinazione del sesso, condiviso da tutti gli imenotteri e che ha la peculiare conseguenza di rendere ogni femmina più genticamente imparentata alle proprie sorelle rispetto che alla propria madre, sembra agevolare la comparsa di una cooperazione eusociale: regina riproduttrice; operaie sterili, sorelle che collaborano fra loro alla crescita di altre sorelle; maschietti sporadici giusto per mescolare i geni ogni tanto. L’idea ha un successo tale che avviene un’altra mini radiazione evolutiva nel corso del Cenozoioco, l’era corrente, che porta alla nascita di gruppi interi di api eusociali quali i Meliponini, gli Euglossini, i bombi e in fine l’ape mellifera. Il materiale di nidificazione non è più l’obsoleto fango, ma la versatile cera prodotta da ghiandole sul loro stesso corpo.

Bombus ruderatus
Bombus ruderatus, Anthophila, eusociale avanzato con una divisione in caste netta

Nel frattempo anche le vespe di prima hanno intrapreso una strada simile, hanno scoperto che l’unione fa davvero la forza, e che il super-organismo può fare cose che sono impossibili per il singolo individuo. Tant’è che fra Cretaceo e Paleogene l’eusocialità, oltre che nelle api, si è evoluta ben tre volte: prima nei Formicidae, anche dette formiche, la cui casta operaia ha perso le ali. Poi altre due volte nei Vespidae.

Polistes dominula
Polistes dominula, Vespide eusociale primitivo con una divisione in caste ancora non netta

Vogliamo parlare dei Vespidae? beh che dire. Innanzitutto, come appena accennato, sono arrivati all’eusocialità due volte indipendentemente: la prima volta negli Stenogastrini, un gruppo limitato al Sud Est Asiatico, la seconda volta nell’antenato comune a Vespini e Polistini, fra cui annoveriamo i famigerati calabroni e le vespe “classiche” che noi tutti conosciamo. Ma non solo! alcuni di essi, i Masarinae, sono arrivati alla stessa conclusione degli Anthophila: hanno abbandonato lo stile di vita da cacciatori in favore ad una dieta basata sul polline, e ora vanno in giro a farsi chiamare “Pollen wasps”😊

Pseudomasaris sp
Pseudomasaris sp, un Masarinae, tiene a farvi sapere che gli Anthophila se la tirano troppo e che anche lui ha imparato ad usare il polline come alimento larvale, ma resta umile (iNaturalist)

Ma volete sapere qual è la parte sorprendente di tutto ciò? per ricostruire la storia evolutiva degli imenotteri non abbiamo bisogno di andare a cercare fossili: abbiamo ogni passo del loro percorso nel nostro giardino, ancora vivo e vegeto. esistono ancora tanti sinfiti che mangiano le piante. Esistono ancora tanti (ma proprio taaaaanti) parassitoidi che inoculano uova nelle loro vittime. Esistono ancora un sacco di predatori solitari, o di specie presociali.

Non voglio che passi il messaggio che l’evoluzione di questi organismi sia stata una scala a progressi dove ogni tappa è stata un miglioramento della precedente in termini assoluti. Tutte le strategie di vita che ho descritto, dal sinfita sempliciotto del Permiano fino ai Masarinae odierni, sono strategie vincenti ancora oggi adottate da gruppi che possiamo osservare facilmente. Allego una carrellata di foto delle guest stars di oggi, a partire dai gruppi con stile di vita più “ancestrale” per finire con quelli più “sofisticati”.

Grazie per il vostro tempo e per essere arrivati in fondo a questo gigantesco post 😄

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Database online

Acta Plantarum – Schede delle piante Italiane

Araneae – database di ragni e altri Aracnidi italiani

Atlas Hymenoptera – Atlante mondiale degli Imenotteri

Bladmineerders – Parassiti delle piante d’Europa – fillominatori, galle e funghi

Barcode of Life Data System (BOLD) – piattaforma di analisi e data storage online per le sequenze di DNA

Britsh Bugs – Enciclopedia degli emitteri britannici

BugGuide – Guida agli insetti

Cabi ISC – Il compendio delle specie invasive nel mondo

Catalog of Life – Catalogo completo e aggiornato annualmente di tutte le specie di viventi conosciute

Diplopoda.de – Tutti i diplododa

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Lotta biologica contro Halyomorpha halys

La cimice asiatica o cimice marmorata è arrivata in Europa nel 2004, le prime segnalazioni in Italia sono del 2012 (Modena).
Si tratta di un Emittero Pentatomide fitofago, come tutti i Rincoti ha un apparato pungente succhiante con il quale penetra nei tessuti delle piante per succhiarne i liquidi zuccherini. Questo causa una suberificazione, o una necrosi dei tessuti coinvolti, rendendo il frutto colpito invendibile o causando la morte del seme.
Questa specie è estremamente polifaga e attacca pomacee, drupacee, leguminose, solanacee, ecc.
Le stime dei danni all’agricoltura sono di svariate centinaia di milioni di euro ogni anno.
Inoltre, nei mesi freddi cerca rifugio nelle nostre abitazioni, causando non pochi disagi.

Nel 2012 i nostri normali predatori di cimici come ragni, mantidi, uccelli insettivori, anfibi, rettili ed i parassitoidi non riconoscevano questo insetto e quelli che hanno provato ad assaggiarlo lo hanno sputato disgustati.
Ci sono filmati (purtroppo non miei) di rospi che le sputano dopo averle morse e si puliscono la lingua con le zampe, ragni che tagliano la tela in cui sono rimaste intrappolate le cimici per liberarsene, persino mantidi che dopo un primo assaggio, la lasciano andare e si puliscono le mandibole.
Di seguito un paio di video di Mantide che lascia andare una Halyomorpha dopo averla assaggiata.

Riproduzione

Halyomorpha halys compie due generazioni all’anno deponendo una decina di ovature da 28 uova disposte in modo geometrico molto preciso.

La lotta chimica è risultata inefficace per combattere questo insetto, quindi ci si è concentrati sui metodi di lotta biologica.

Progetto di lotta biologica

I migliori candidati da utilizzare nella lotta biologica contro Halyomorpha halys sono tre imenotteri parassitoidi che depongono il proprio uovo all’interno dell’uovo della cimice.

  • Anastatus bifasciatus, autoctono
  • Trissolcus japonicus
  • Trissolcus mitsukurii

Tra questi 3 insetti, Anastatus bifasciatus è l’unico insetto autoctono già presente in Italia motivo per il quale Bioplanet di Cesena, ha puntato molto su questo insetto

https://bioplanet.eu/it/anastatus-bifasciatus/

Le femmine di Anastatus bifasciatus vivono circa un paio di mesi, nel corso dei quali depongono circa 50 uova all’interno di grandi uova di cimice. Gli adulti sono glicifagi (si nutrono di liquidi zuccherini come melata e nettare).

Inizialmente presentava caratteristiche promettenti. Nei primi test in ambiente controllato è arrivato quasi al 50% di ovature parassitizzate, purtroppo una volta provato in campo non ha superato il 6% di ovature colpite.
Non molto efficace in quanto è un parassitoide generalista, quindi colpisce molti altri insetti oltre ad Halyomorpha halys.
E’ stato comunque scelto di fare lotta biologica con questo imenottero autoctono nella regione autonoma del Trentino i lanci sono stati effettuati a Giugno 2020
3 mila esemplari sono stati rilasciati nei boschi vicino ai meleti di Nalles

Scartato Anastatus, si è passati a studiare gli imenotteri del genere Trissolcus originari delle stesse aree di Halyomorpha halys e suoi parassitoidi specializzati.

Ogni femmina di Trissolcus sp. depone una cinquantina di uova e l’insetto compie da 8 a 10 generazioni ogni anno in funzione dell’andamento climatico.

Prima di immettere una specie in un’area dove questa non è presente, vanno fatte varie considerazioni sull’impatto ambientale che questa azione comporterà e quali saranno gli effetti a lungo termine, a questo fine, il CREA DC ha redatto uno studio analizzando tutti questi fattori di rischio.

Mentre noi europei facevamo queste prudenti considerazioni, gli yankee dall’altra parte dell’atlantico hanno deciso di non aspettare e hanno lanciato Trissolcus sp. apparentemente senza causare grossi disastri ambientali (QUESTA volta gli è andata bene). Nel frattempo sono state trovate in Italia ovature di Halyomorpha halys parassitizzate da Trissolcus japonicus e Trissolcus mitsukurii che sono arrivate nel nostro paese spontaneamente seguendo i propri ospiti preferiti.

A questo punto, considerato che Trissolcus sp. era già presente nel territorio nazionale e tenendo in considerazione i risultati interessanti ottenuti in laboratorio di quarantena autorizzato, si è deciso di procedere all’allevamento e al lancio di Trissolcus japonicus.

I primi lanci sono avvenuti a Giugno 2020 rilasciando 66.000 esemplari in 5 regioni Friuli Venezia Giulia, Veneto, Emilia-Romagna, Lombardia e Piemonte e nelle 2 province autonome di Trento e Bolzano.

A fine anno sarà possibile analizzare i dati della effettiva parassitizzazione da parte di Trissolcus japonicus, Trissolcus mitsukurii e Anastatus bifasciatus su ovature naturalmente deposte raccolte in alcuni dei siti di lancio.

Allevamento di Trissolcus Japonicus. Intervista a Lara Maistrello

Video 29 aprile presentazione progetto

https://agricoltura.regione.emilia-romagna.it/notizie/2020/aprile/online-materiali-video-webinar-contrasto-cimice-asiatica

Interventi

https://agricoltura.regione.emiliaromagna.it/convegni/2020/contrasto-alla-cimice-asiatica-la-lotta-biologica-con-il-parassitoide-trissolcus-japonicus

Nel 2020 abbiamo assistito ad un calo della popolazione di Halyomorpha halys rispetto agli anni precenti che può essere in parte dovuto anche ad altri fattori biotici e abiotici.
L’andamento climatico nel 2020 non è stato particolarmente favorevole ad Halyomorpha halys, e FINALMENTE i nostri ragni, mantidi ed altri animali insettivori hanno cominciato a mangiarsele… c’è voluto qualche anno, ma finalmente si sono adattati al gusto forte della cimice asiatica.

Ad oggi non è ancora possibile dire se i lanci hanno avuto successo o meno, in attesa dei dati definitivi, nei prossimi anni vedremo se i lanci di Trissolcus japonicus hanno portato all’effetto sperato.

Aggiornamento del 14/11/2020
In un articolo scientifico appena pubblicato si evidenzia l’attività di vari insetti normalmente presenti nella nostra fauna nel divorare uova e neanidi di 1a età di H. halys.
Particolarmente efficace si è rivelato un piccolo ortottero onnivoro. Vi rimando alla lettura dell’articolo per i dettagli.

Eupholidoptera chabrieri si è rivelato un ottimo predatore di uova e di neanidi di 1a età di H. halys fornendo un potenziale aiuto nel contenimento della specie invasiva.

Aggiornamento al 22/01/2021

Il CREA ha rilasciato un comunicato stampa in cui si annuncia che il 35% delle uova di Halyomorpha halys sono risultate parassitizzate da Trissolcus japonicus ed altri parassitoidi.
Qui il link comunicato.

Aggiornamento 26/02/2021

Intervista a Lara Maistrello sulla situazione a Febbraio 2021

Aggiornamento del 12/03/2021

Il programma dei lanci è stato rinnovato per le regioni e province che già avevano avuto approvazione nel 2020 ed è stato esteso anche ad altre regioni che ne hanno fatto richiesta tra le quali Liguria, Marche, Umbria, Campania e Sardegna.

Aggiornamento del 26/04/2022

Pubblicazione dell’articolo “Biocontrol implications of multiparasitism by Trissolcus mitsukurii and Trissolcus japonicus on the invasive brown marmorated stink bug
di Elena Costi, Emanuele Di Bella, Daniele Iotti, Lara Maistrello

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Durum wheat genome highlights past domestication signatures and future improvement targets

Marco Maccaferri, Neil S. Harris, Sven O. Twardziok, Raj K. Pasam, Heidrun Gundlach, Manuel Spannagl, Danara Ormanbekova, Thomas Lux, Verena M. Prade, Sara G. Milner, Axel Himmelbach, Martin Mascher, Paolo Bagnaresi, Primetta Faccioli, Paolo Cozzi, Massimiliano Lauria, Barbara Lazzari, Alessandra Stella, Andrea Manconi, Matteo Gnocchi, Marco Moscatelli, Raz Avni, Jasline Deek, Sezgi Biyiklioglu, Elisabetta Frascaroli, Simona Corneti, Silvio Salvi, Gabriella Sonnante, Francesca Desiderio, Caterina Marè, Cristina Crosatti, Erica Mica, Hakan Özkan, Benjamin Kilian, Pasquale De Vita, Daniela Marone, Reem Joukhadar, Elisabetta Mazzucotelli, Domenica Nigro, Agata Gadaleta, Shiaoman Chao, Justin D. Faris, Arthur T. O. Melo, Mike Pumphrey, Nicola Pecchioni, Luciano Milanesi, Krystalee Wiebe, Jennifer Ens, Ron P. MacLachlan, John M. Clarke, Andrew G. Sharpe, Chu Shin Koh, Kevin Y. H. Liang, Gregory J. Taylor, Ron Knox, Hikmet Budak, Anna M. Mastrangelo, Steven S. Xu, Nils Stein, Iago Hale, Assaf Distelfeld, Matthew J. Hayden, Roberto Tuberosa, Sean Walkowiak, Klaus F. X. Mayer, Aldo Ceriotti, Curtis J. Pozniak & Luigi Cattivelli 

Abstract

The domestication of wild emmer wheat led to the selection of modern durum wheat, grown mainly for pasta production. We describe the 10.45 gigabase (Gb) assembly of the genome of durum wheat cultivar Svevo. The assembly enabled genome-wide genetic diversity analyses revealing the changes imposed by thousands of years of empirical selection and breeding. Regions exhibiting strong signatures of genetic divergence associated with domestication and breeding were widespread in the genome with several major diversity losses in the pericentromeric regions. A locus on chromosome 5B carries a gene encoding a metal transporter (TdHMA3-B1) with a non-functional variant causing high accumulation of cadmium in grain. The high-cadmium allele, widespread among durum cultivars but undetected in wild emmer accessions, increased in frequency from domesticated emmer to modern durum wheat. The rapid cloning of TdHMA3-B1 rescues a wild beneficial allele and demonstrates the practical use of the Svevo genome for wheat improvement.

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