Vespa orientalis

Visto l’interesse recente che si è creato nei confronti di Vespa orientalis, ho deciso di spiegare tutto ciò che c’è da sapere a grandi linee in un unico post.

Si, è vero che una colonia di V. orientalis è stata di recente (settembre 2021) rinvenuta a Grosseto (fra l’altro da parte di un membro di questo gruppo). No, non è vero che è una specie aliena arrivata dall’oriente per invaderci tutti e bullizzare le nostre apine. Cerco di fare un po’ di chiarezza punto per punto:

Vespa orientalis a Sliema, Malta 2018

DISTRIBUZIONE NATURALE:

L’epiteto specifico “orientalis” sembra proprio implicare che sia l’ennesimo insetto venuto a invaderci dall’Asia, ma ciò non è assolutamente vero. Il nome della specie allude NON alla sua provenienza, ma alla località nella quale sono stati raccolti gli esemplari-tipo, ovvero gli esemplari sui quali Carl Von Linné (per gli amici Linneo) si basò per descrivere la specie nel 1771. “Ex Oriente” è da intendersi come una non meglio precisata località a est del Mediterraneo.

La sua distribuzione è molto ampia, include l’Asia sudoccidentale, da Turchia e Arabia fino all’India; l’Asia centrale a nord fino al Kazakistan; l’Africa settentrionale con numerose popolazioni nel Sahara e giù fino al corno d’Africa; la Penisola balcanica Meridionale inclusa Grecia e vari arcipelaghi annessi; Cipro; Creta; Malta; l’Italia Meridionale dalla Campania in giù compresa la Sicilia.
La specie è SEMPRE stata presente nelle zone che ho appena elencato.

Ritengo interessante, a fine di completezza, menzionare che secondo alcuni è plausibile che sia stata portata da noi tramite commercio navale in epoca Fenicia, circa 3000 anni fa, ma la tesi preponderante è che sia un specie trans-adriatica, giunta da noi in modo naturale in epoca preistorica, probabilmente durante uno dei tanti episodi di prosciugamento del Mar Adriatico. In ogni caso è presente in Sud Italia almeno da millenni, per cui è da considerarsi autoctona in ogni senso del termine.

Limite approssimativo massimo (blu) e minimo (rosso) della distribuzione di Vespa orientalis pre-2004 in Europa. Le due segnalazioni nella costa settentrionale della Croazia e quella al confine fra Trieste e la Slovenia sono da ritenersi dubbie se non erronee.
La mappa in alto a destra è stata redatta da Delfa Guiglia negli anni ’70 ed è da ritenersi largamente incompleta.
Fonte:
https://www.researchgate.net/publication/220028427_A_review_of_the_European_distribution_of_the_Oriental_hornet_Hymenoptera_Vespidae_Vespa_orientalis_L?fbclid=IwAR3AF5KiGp27_VzakaM_dUK-YXBv6iS4H2O0RUJJcxxcBObqRUX3w3ts2MU

ESPANSIONE:

Il range periferico di Vespa orientalis in Europa è soggetto a continue espansioni e ritiri, in quanto questa specie è legata a climi caldi e almeno in parte aridi. Infatti, nella seconda metà degli anni ’60, un trend di raffreddamento climatico che ha colpito l’Europa meridionale ha causato la completa sparizione di Vespa orientalis da città come Roma, Split e Skopje, tutte aree nelle quali era precedentemente segnalata. Nello stesso periodo persino a Malta, pur non essendo sparita, la specie pare aver subito una drastica rarefazione.

Cetkovic (2004) nota che il requisito principale affinché una determinata località sia in grado di ospitare Vespa orientalis è la media termica del mese più caldo sopra i 25.5°. In parole povere, se la temperatura media giorno/notte di una determinata località è sopra questa soglia per almeno un mese, Vespa orientalis è almeno teoricamente capace di viverci.

Le aree italiane con questo requisito sono le coste sicule, quelle calabresi, la pianura pugliese e campana: tutte zone nelle quali effettivamente Vespa orientalis è presente e abbondante da sempre. Se invece si va verso nord, si arriva a un punto, fra Campania e Lazio, nel quale la soglia dei 25.5°C estivi non è raggiunta, difatti storicamente il suo territorio si ferma proprio lì.

Allora come mai ci sono sempre più segnalazioni da aree come Roma, Grosseto e addirittura Trieste? Semplice. Queste sono tutte aree urbane soggette all’effetto isola di calore, che tende a rendere qualsiasi città di dimensioni significative alcuni gradi più calda rispetto alla campagna circostante. L’espansione delle aree urbane ha facilitato la risalita di Vespa orientalis lungo lo stivale, anche aiutata dal trasporto accidentale umano, tramite il quale essa “salta” da un’isola di calore all’altra.

Dettaglio del capo di Vespa orientalis

COSA ASPETTARSI:

Sicuramente in futuro sempre più città del centro-nord verranno raggiunte da questa specie, creando dal Lazio in su una distribuzione a macchia di leopardo che salta le aree più rurali. Dubito personalmente che arriverà a colonizzare l’area Padana, perché troppo umida, o le aree montane per ovvi motivi.

La pressione predatoria nei confronti delle api al centro-nord sarà quindi massima nei pressi delle zone urbane e minima nelle campagne, questo almeno finché il riscaldamento globale non porterà anche la campagna oltre la menzionata soglia dei 25.5°C, cosa che potrebbe senz’altro accadere ma fra vari decenni.

Un esemplare di V. orientalis dalla mia collezione (Uzbekistan, 2014)

È vero che in densità sufficientemente alte Vespa orientalis può imprimere alle api da miele una pressione predatoria molto intensa. Ma in base ai (pochi) dati attualmente a disposizione, pare che questo sia per ora un problema limitato alle isole di calore di Sicilia e Campania. Non è probabile che ciò avvenga anche al centro-nord nelle condizioni climatiche attuali.

Ah, e per favore NON CONFONDIAMO V. orientalis con V. velutina, sono due specie differenti con storie, distribuzioni ed ecologie differenti. Quest’ultima è per ora presente solo nelle regioni del Nord Ovest (Liguria, sud del Piemonte, costa settentrionale della Toscana), e ha una pressione predatoria nettamente superiore nei confronti delle api da miele a parità di densità.

LA STORIA DELLE API PARASSITE CHE INFESTANO L’APICOLTURA SUDAFRICANA (Apis mellifera capensis)

Ultimamente mi sono interessato al curioso caso delle api del Capo sudafricane, e mi piacerebbe condividerla con voi, sia per condensare le informazioni che ho raggruppato fino ad ora che per rendervi partecipi di questo caso eccezionale della biologia degli imenotteri. Buona lettura!

Capensis a sinistra, scutellata a destra
Fonte: https://beeaware.org.au/archive-pest/cape-honey-bee/

INTRODUZIONE

Apis mellifera, “l’ape da miele occidentale”, è una specie di interesse economico e agricolo per l’essere umano allevata da millenni. È volgarmente detta “ape Europea”, in quanto i ceppi più allevati in tutto il mondo hanno origine in Europa (prima fra tutte la sottospecie “ligustica” di origine italiana), tuttavia la specie copre un areale molto più vasto dell’Europa, spingendosi fino all’Asia centrale e all’intero Continente Africano. Attraverso questo areale, essa si frammenta in varie sottospecie, ognuna tipica di una determinata località.Il Sud Africa ospita due di queste sottospecie: una è Apis mellifera scutellata, la più comune e diffusa, suonerà familiare a qualcuno di voi in quanto è uno dei progenitori delle così dette “api assassine” o “africanizzate”, è diffusa in quasi tutto il S.Africa e in buona parte dell’Africa orientale. La seconda sottospecie, Apis mellifera capensis, è invece endemica della regione del Capo, nell’estremo sud del Paese, e la sua distribuzione ricalca quella del bioma noto come “Fynbos”, ovvero la versione Sudafricana della macchia mediterranea (infatti la regione del Capo è caratterizzata da un clima mediterraneo, con inverni freschi e umidi ed estati siccitose). Esiste anche una fascia di sovrapposizione a nord del Capo nella quale entrambe le sottospecie sono presenti e si ibridano regolarmente.

IL SUPERPOTERE DELL’APE DEL CAPO

Tutti siamo familiari con la struttura di una colonia di api da miele: esiste una regina, in grado di deporre le uova, migliaia di operaie normalmente sterili che difendono la colonia, nutrono la covata e procacciano nettare e polline, e qualche manciata di maschi detti fuchi che hanno il compito di fecondare una regina giovane, in modo che essa ne utilizzi gli spermatozoi per fecondare le uova che deporrà lungo l’arco della sua vita. La fecondazione, che avviene in un volo nuziale, è necessaria per produrre femmine (sia operaie che regine), mentre la deposizione di un uovo non fecondato risulterà in un maschio.

In una colonia di api da miele “comuni”, quando una regina muore o sparisce, le operaie della colonia rimasta orfana selezionano alcune giovani larve femminili e le utilizzano per ottenere regine d’emergenza. Se la precedente regina sparisce senza lasciare uova, e quindi la colonia non ha larve femmina abbastanza giovani da convertire in regine, alcune operaie inizieranno a deporre le uova, ma non essendo fecondate potranno solo generare fuchi. Senza più rinnovo generazionale, la colonia si estinguerà in poche settimane. Queste colonie sono dette fucaiole e sono una grossa rottura di scatole per gli apicoltori.

Il bioma del Fynbos è battuto da forti venti primaverili. Questi venti disturbano i voli nuziali delle regine e talvolta le uccidono, rendendo altissimo il tasso di orfanità delle colonie di api del Capo. L’evoluzione, che vede e provvede, ha dunque donato ad alcune operaie di ape del Capo la capacità di clonare sé stesse all’occorrenza, deponendo uova femminili senza il bisogno di accoppiarsi. Questa capacità permette loro di disporre sempre di nuove larvette femminili con le quali sostituire la regina in caso di scomparsa. In questo modo, se la regina sparisce senza lasciare uova, la colonia non diventa fucaiola, semplicemente nuove regine verranno ottenute dalle uova clonali deposte dalle operaie, ripristinando l’ordine gerarchico nella colonia. Questa notevole capacità, chiamata partenogenesi telitoca, fu scoperta nel 1912.

BYPASSARE IL SISTEMA

Il superpotere che hanno queste operaie di capensis (non lo hanno tutte in una colonia, ma solo alcune dette clonali) permette alla sottospecie di prosperare nel Fynbos, ma ha un effetto collaterale: un’operaia capace di deporre uova femminili è anche capace di clonare sé stessa se da queste uova nascono altre operaie con la sua stessa capacità. In questo modo è possibile bypassare il normale sistema eusociale e creare una colonia di sole operaie che generano altre operaie, senza il bisogno di maschi né regine. Nel Fynbos questa cosa non succede, perché essendo le operaie clonali meno fertili delle regine, alla colonia conviene tenersi il sistema “tradizionale” con regina e fuchi e riservare la partenogenesi telitoca ai casi di reale necessità. Ma cosa succede quando si trasporta un’operaia clonale in un’area dove non ci sono colonie di api del Capo? Negli anni ’70 si teorizzò che se una cosa del genere dovesse accadere, essa si introdurrebbe in una colonia di api di un’altra varietà e si comporterebbe da parassita, generando cloni di sé stessa che potrebbero portare all’estinzione della colonia ospite. Negli anni ’90 la teoria divenne pratica, quando degli apicoltori introdussero l’ape del Capo nella provincia del Gauteng, fuori dal loro areale naturale e dentro quello dell’ape scutellata.

LA PIAGA DELLE CAPENSIS

Nel 1990, una singola operaia clonale di ape del Capo si è ritrovata spaesata nel Gauteng, a centinaia di km dal suo amato Fynbos. Si è introdotta in una colonia di ape scutellata, la sottospecie locale, e ha fatto quello che sapeva fare meglio: ha prodotto uova che si sono sviluppate in operaie cloni, che hanno poi fatto la stessa cosa. Nel giro di alcune settimane, la colonia di scutellata si è ritrovata migliaia di capensis che invece di foraggiare deponevano uova tutto il tempo, diminuendo l’importo di polline e nettare, e causando per di più la morte della regina di scutellata, che le capensis vedono come una competitrice riproduttiva. Col passare del tempo la colonia ospite collassa sotto il peso di tutte quelle cloni di capensis da mantenere, estinguendosi completamente nel giro di qualche mese. A quel punto le capensis abbandonano la colonia ormai distrutta e ne cercano altre, ripetendo lo stesso copione, insediandosi e riproducendosi come dei virus. Nel 1991, cloni di cloni di cloni di cloni di cloni di quella singola operaia hanno portato alla distruzione, nel Gauteng e zone limitrofe, di oltre 30.000 colonie di scutellata. Il fenomeno è stato ribattezzato la piaga delle capensis, e severissime contromisure sono state adottate per limitarne i danni, come alveari-trappola e severissime leggi.

La distribuzione delle sottospecie in Sud Africa, compresa la zona di ibridazione fra le due.

Fonte: https://www.sabio.org.za/honeybees-of-south-africa/

Questa linea genetica di cloni di cloni di cloni di cloni di cloni di cloni di cloni di una singola operaia iniziale continua ancora oggi, dopo 30 anni, ed è fra le principali avversità dell’apicoltura del Gauteng e regioni circostanti. Per legge, oggi, se un apicoltore si rende conto di avere le capensis in una delle sue famiglie di scutellata, è tenuto a distruggerla per evitare che esse si diffondano.

La distruzione non è facile: se la regina delle scutellata è ancora presente, si può provare a separare le scutellata in una nuova arnia e bruciare quella vecchia per distruggere la covata di capensis. Se invece la regina è già andata e la colonia è invasa dalle capensis, l’unica è chiamare un disinfestatore per debellare l’intera colonia con insetticidi.

La cosa è resa ancora più difficoltosa dal fatto che appena si apre un’arnia invasa dalle capensis, alcune di esse tenderanno a scappare e trovare rifugio nelle arnie vicine, infettandole a loro volta. Il problema è limitato al Sud Africa, ma se la capensis fosse introdotta in Europa o in altre località, potrebbe diventare una seria minaccia all’apicoltura locale. Fra l’altro sarebbe perfettamente in grado di sopravvivere nel clima Italiano, che è pressoché uguale a quello del Capo a parte per le stagioni sfasate, per cui l’unica è sperare che le capensis non vengano mai Introdotte qui. Basta una sola operaia clonale per generare un’intestazione che dura decenni.

Le operaie di capensis sono più scure di quelle di scutellata, hanno un addome tendente al nero, per cui in genere sono facili da riconoscere, come mostra la prima foto, ma non è sempre una differenza così ovvia. La loro colorazione scura è simile a quella di alcuni ceppi Europei, ciò significa che se venisse Introdotta qui probabilmente ci metteremmo un po’ ad accorgercene. Nella seconda foto la distribuzione sudafricana delle due sottospecie e la zona di overlap.

Fonti:

https://entnemdept.ufl.edu/…/misc/bees/cape_honey_bee.htm

https://www.honeyflow.com/…/pests-and…/cape-honey-bee

Video (in inglese) di un apicoltore del Gauteng alle prese con le capensis nel suo apiario:

https://youtu.be/6KS480_FZNk

Quanto sono realmente pericolose le Vespe crabro ?

“Bonjour à tous…
Allora, qualche precisazione a proposito di Vespa crabro:

Di giorno i calabroni cacciano per alimentazione principale (90%) diverse specie di ditteri brachiceri (mosche) 500 gr./giorno per popolazione, la notte cacciano la Galleria mellonella (tarme maggiore della cera) e la Achroia grisella (tarma minore della cera) che durante la notte si introducono nelle arnie, per questo scelgono la vicinanza di un apiario per fare il loro nido. La predazione sulle api, verso Giugno, sarà 10/15 api/giorno per popolazione.
Pochi calabroni sono specializzati per la caccia alle api perché le proteine (torace del’ape) servono solo per la regina che depone le uova.

Il bisogno principale è la soluzione zuccherina che estraggono dalla frutta matura dopo averla intagliata con le loro mandibole (per questo sono fondamentali nel ciclo generale rendendo il cibo disponibile ad altri insetti sprovvisti di “cesoie”)

Dunque l’effetto su una famiglia di 40.000 api con 1500/3000 nascite/giorno= <1%

Precisioni sul veleno del Vespa crabro:
LD50: (Lethal Dose 50%) = quantità veleno/Kg. provocando la morte nel 50% dei casi (topi)
LD50 ape: 6 mg/kg = 40 punture/kg LD50 V. crabro: 10 mg/kg (Haberman 1974)→ 90 mg/kg (Kulike 1986) = 154/180 punture/kg

Il veleno del’ape puo dunque essere da 1,7 a 15 volte più efficace del veleno di Vespa crabro.
La puntura di Vespa crabro, anche se meno pericolosa rispetto ad Apis mellifera, risulta comunque più dolorosa!

Rischio di RS (rezione sistemica)
Apis mellifera: 50%
Vespa C. : 25%

Confronto rischi RL/RS (veleno ape) per apicoltori

Reazione Locale
popolazione generale: 1,5 % – 18,6 %
apicoltori: 8 % – 14 %

Reazione Sistemica
popolazione generale: 0,8 % – 4 %
apicoltori: 15 % – 43 %

Fonte:www.hornissenschutz.de/frelons.htm
Un sito ben fatto, in Francese, Inglese, Spagnolo, Italiano e tedesco.

P:S: in Germania la multa per distruzione premeditata o accidentale di un nido di Vespa crabro e di € 50.000

La brutta reputazione del Calabrone risale probabilmente ad epoche lontane quando Greci, Galli ed altri (anche fino al Medio-evo) le allevavano (?) in giare di terracotta che venivano opportunamente catapultate/lanciate/fatte cadere nei ranghi del nemico … con effetti pungenti e forse mortali. (NB la stessa cosa veniva fatta con giare piene di serpenti, velenosi e innocui, lo scopo era causare il panico tra le file nemiche).

Cordialement, Gérard”

Nota: quando viene scritto “ape” o “api” si intende Apis mellifera.

Terminologia in base all’età e al gruppo di appartenenza degli animali.

Cucciolo, pulcino, pullo, giovane, prole, maturo, ninfa, neanide? Come si potrebbero chiamare una salamandra, un topo o un dinosauro appena nati senza cadere in errore? Qual è il termine più appropriato per definire un animale in relazione alla sua età? Facciamo un po’ di chiarezza.

Cuccioli di Canis lupus, il lupo grigio, al Tiergarten Schönbrunn (Zoo di Vienna), Austria.

Be’, non c’è una risposta semplice. Cominciamo col dire che nel parlare comune vengono usati molti termini impropri, ma che vengono comunque accettati per semplicità. Personalmente penso che i termini più ampi siano “immaturo” o “piccolo” che, anche se a volte suonano male, sono corretti in tutti i casi, e non si sbaglia. Il termine contrapposto è “adulto” o “maturo” (sottinteso “sessualmente”), inteso cioè come capace di riprodursi. Esistono eccezioni (gli esemplari delle caste non riproduttive degli insetti sociali, ad esempio), ma in generale come regola funziona.
Ora vediamo un po’ di termini specifici per gruppo, come quelli proposti all’inizio:

N.B. Per non far confusione, non sto considerando eventuali termini relativi alla zootecnia o alla fauna domestica in generale, che sono talvolta più articolati per varie questioni e fanno riferimento ad aspetti come l’età, il sesso, lo sviluppo di alcuni elementi anatomici, il numero di parti etc..
È anche vero che alcuni termini zootecnici sono presenti anche nello studio biologico dei selvatici. Un esempio è il termine “cucciolo”, che fa chiaramente riferimento alla cuccia, e quindi al cane (Canis lupus familiaris), ma che è ora esteso a tutti i mammiferi.
Questa nota vale per lo più per mammiferi e uccelli.

  • Classe Mammalia: “cucciolo” è sempre corretto, ma molti gruppi hanno termini più specifici (esempi: “puledro” per il genere Equus, “agnello” per il genere Ovis, “vitello” per l’intera sottofamiglia Bovinae, etc.).

  • Classe Aves: “Si preferisce usare il termine “pulcini” quando questi nascono già abili a muoversi e nutrirsi autonomamente, mentre per “pulli” ci si riferisce invece alla prole inetta, ovvero a quei nidiacei che hanno bisogno di cure da parte dei genitori per diversi giorni prima di involarsi” (fonte: LIPU). A sua volta “nidiaceo” significa che il piccolo è ad uno stadio in cui dovrebbe stare nel nido. Inoltre in maniera ancora più specifica, il termine “pulcino” si riferisce ai piccoli dell’ordine Galliformes. Altro termine specifico è ad esempio “anatroccolo” per i piccoli della sottofamiglia Anatinae.
  • Classe Reptilia: “piccolo” o “cucciolo”. Non ci sono termini più specifici, considerando anche che più delle altre classi di Vertebrata i piccoli e perfino i neonati sono molto simili agli adulti, anche relativamente alle proporzioni anatomiche.
  • Classe Amphibia: “immaturi”, “girini”, ma anche “larve” è corretto.
  • Superclasse Osteichthyes (pesci ossei) esclusi i Tetrapoda (gruppo che comprende le classi precedenti): qua si va per stadi. Dall’uovo nasce la larva, che come prende una forma simile all’adulto si può definire “avannotto”, poi “giovanile” e poi “adulto”. Anche qua con “immaturo” non si sbaglia. Inoltre “avannotto” era classicamente usato solo per i pesci d’acqua dolce, ma è ora corretto per tutti.
Uovo non ancora schiuso di Scyliorhinus canicula, il gattuccio. I gusci vuoti delle uova di alcuni pesci cartilaginei vengono comunemente chiamati “borsellini delle sirene”.
  • Classe Chondrichthyes (pesci cartilaginei) e infraphylum Agnatha (pesci privi di mandibole): “piccolo” o “immaturo”. In questi taxa i giovani sono come adulti in miniatura.

Questo molto grossomodo per quanto riguarda il phylum Chordata. Per gli altri phyla del regno Animalia i termini generici “immaturo” o “larva” vanno generalmente bene. Un discorso a parte merita però il phylum Arthropoda, e in particolare gli insetti (tratto giusto loro perchè son quelli con variabilità più ampia per questo aspetto, ma anche sugli altri gruppi ce ne sarebbe da dire).

  • Classe Insecta: lo sviluppo degli insetti è complesso e articolato in stadi, diversi a seconda dei raggruppamenti. Ora, sorvolando sulla cladistica, che però darebbe la miglior visione d’insieme (il discorso diventerebbe molto più lungo), e semplificando moltissimo (veramente moltissimo!), abbiamo insetti che nascono come larve, e insetti che nascono come neanidi.
    – Le larve sono le forme giovanili che differiscono sostanzialmente dalla forma adulta. Queste attraversano diversi stadi, che a loro volta prendono nomi diversi a seconda del gruppo, per poi impuparsi ed emergere come adulto (es. Diptera).
    Un termine specifico è ad esempio “bruco”, che si riferisce alle larve dell’ordine Lepidoptera.
    – Le neanidi invece sono le forme giovanili degli insetti che nascono già abbastanza formati da assomigliare agli adulti (es. Orthoptera). Anche qua, ci sono diversi stadi con vari nomi, per arrivare all’ultimo stadio preimmaginale (ovvero prima di diventare adulto), chiamato “ninfa”, che nelle specie alate in genere presenta già gli abbozzi alari. Attenzione col termine “nymph”, che in italiano si traduce “neanide”, e non “ninfa”, mentre in inglese racchiude entrambi i significati.
    In ogni caso, negli insetti, l’adulto prende il nome di “immagine” (imago). Solo nella fase adulta gli insetti presentano le ali formate (che non significa che tutti gli insetti adulti abbiano le ali, molte specie non le hanno, ma quando presenti sono formate solo nella fase adulta). Eccezione è l’ordine Ephemeroptera, che completa lo sviluppo delle ali già allo stadio di subimmagine.
  • Infine un ultimo appunto su una parola che viene spessissimo usata a sproposito: “verme”. Questo termine si riferisce ad altri phyla e non ha niente a che fare con gli insetti e gli artropodi in generale. E, per inciso, anche i loro piccoli si chiamano “larve”.
Larva di Capnodis tenebrionis, Coleoptera Buprestidae.
Adulto di Capnodis tenebrionis,
Coleoptera Buprestidae.
Neanide femmina al secondo stadio di Tettigonia viridissima, Orthoptera Tettigoniidae, su Phleum pratense.
Femmina adulta di Tettigonia viridissima,
Orthoptera Tettigoniidae.

Altri termini comuni sono:
– “Giovane”, che ha però valenza relativa da specie a specie, e fa riferimento all’aspettativa di vita.
– “Prole”, che è generale e può essere usato in tutti i casi facendo però sempre riferimento ai genitori.

Articolo nato da una domanda di Lia Calvisi sul gruppo Facebook Regno Animalia – Identificazioni e discussioni .
Testo di Mauro Mura.

Ciclo vitale dei calabroni (genere Vespa)

Il ciclo vitale dei calabroni (genere Vespa) si compone generalmente di sei fasi:

FASE SOLITARIA anche detta fondazione: è la fase nella quale la regina, in primavera, si risveglia dal torpore invernale e inizia la costruzione del nido. Essa crea le prime cellette, un abbozzo di involucro, depone le prime uova e alleva la prima nidiata di larve. In questa fase la regina si occupa da sola di tutto: caccia, difesa, costruzione, cura della covata. Questa fase termina con la nascita delle prime operaie.

FASE COOPERATIVA: è la fase nella quale le prime operaie emergono e iniziano a svolgere i loro compiti, aiutando la regina nella caccia e nella costruzione.

FASE POLIETICA: inizia quando la regina cessa ogni attività fuori dal nido e si dedica esclusivamente alla deposizione delle uova, lasciando alle operaie, in costante crescita numerica, tutti i lavori pesanti. Questa è la fase che vede il maggior sviluppo del nido e della colonia in termini di numero di esemplari.

FASE SESSUALE o riproduttiva: inizia alla nascita del primo esemplare fertile (in genere un maschio) e marca la maturità sessuale della colonia. In questa fase, la produzione di operaie inizia a calare e quella di sessuati (maschi e nuove regine) aumenta esponenzialmente.
Si raggiunge ora il picco numerico della colonia.

DISSOLUZIONE: in questa fase, anche detta fase abortiva, maschi e nuove regine abbandonano la colonia per accoppiarsi, le ultime larve rimaste vengono abortite, la regina anziana muore e le operaie decrescono rapidamente fino all’estinzione della colonia. I maschi fertili di Vespa mandarinia e Vespa soror nascono qualche settimana prima delle femmine e iniziano ad esplorare il territorio alla ricerca delle altre colonie in modo da potersi accoppiare con le regine di tali colonie appena queste escono dal loro nido.
Gli accoppiamenti di Vespa velutina, Vespa orientalis e Vespa crabro avvengono in zone in rilievo come pali, alberi, edifici, ecc.

SVERNAMENTO: in questa fase, le nuove regine dopo essersi accoppiate, si cercano un posto per passare l’inverno. Intanto i maschi muoiono, lasciando le regine quiescenti gli unici esemplari presenti in questa parte del ciclo. Termina con l’inizio di una nuova fase solitaria la primavera seguente, quando il ciclo ricomincia.
Si stima che solo il 10% delle regine riesca a fondare una nuova colonia, il restante 90% non sopravvive abbastanza a lungo oppure non riesce ad accoppiarsi con successo (caso frequente soprattutto in Vespa mandarinia e Vespa soror).

Tabella di confronto



Vespa crabro Vespa orientalis Vespa velutina Vespa mandarinia
Quantità di operaie nido primario qualche decina qualche decina qualche decina
Dimensione nido primario 7 – 8 cm
Località nido primario Posizione riparata Posizione riparata o cavità Posizione riparata Cavità sotterranea o all’interno di tronchi
Vita media operaia 30 giorni 30 giorni 30 giorni 30 giorni
Alimentazione operaie glicifago glicifago glicifago glicifago
Alimentazione larve proteine animali proteine animali proteine animali proteine animali
Località nido secondario Posizione riparata Rami di alberi
Dimensione nido secondario 40 – 70 cm 30 – 50 cm 70 cm – 1 metro 50 cm – 1 metro
Numero stimato di nuove regine per colonia 50 – 150 50 – 150 1000 – 1500 200 – 500
Solitaria Aprile Maggio Marzo Aprile Marzo Aprile Maggio Giugno
Cooperativa Giugno Maggio Giugno Aprile Maggio Giugno Luglio
Migrazione nido secondario Giugno Luglio
Polietica Luglio Agosto Giugno Luglio Giugno Agosto Agosto Settembre
Sessuale Settembre Ottobre Agosto Settembre Settembre Novembre Settembre Novembre
Dissoluzione Novembre Novembre Dicembre Novembre Gennaio Novembre Dicembre
Svernamento Novembre Aprile Dicembre Marzo Novembre Febbraio Novembre Maggio
N. Adulti al picco 300 – 500 300 – 500 2000 – 4000 500 – 1000

Nella prima fila in alto potete vedere gli insetti di cui parliamo.
Illustrazione di Daniele Valeriani

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Come distinguere nidi di Vespa velutina da nidi di Dolichovespula

Tratto dal post Facebook di Jesse Mendelsohn pubblicato nel gruppo Insetti e altri artropodi- un fantastico mondo da scoprire.

Dal momento che è una domanda che viene fatta di frequente, e ancora più frequenti sono le errate identificazioni dei nidi, ho preso in prestito dal web (aprendole vedrete i link rispettivi) due foto secondo me rappresentative di nidi tipici di Vespa velutina e Dolichovespula.

Ormai siamo in inverno, gli alberi caduci hanno quasi tutti perso le foglie, quindi capita molto spesso di trovare queste strutture cartacee appese ai rami.
È bene saper distinguere i nidi di queste due vespe, perché una delle due, Vespa velutina, è una specie di origine asiatica che è stata introdotta in Europa per sbaglio. La popolazione europea si è originata in Francia nel 2004 a partire da una o poche regine cinesi giunte molto probabilmente tramite un carico di vasi per bonsai (letteralmente ‘dalla Cina cor furgone’). La presenza di questa specie andrebbe riportata ad enti appositi, in quanto è una specie invasiva che causa danni all’ecosistema nostrano e all’industria apistica.
Dolichovespula è invece un genere comprendente alcune specie native dell’Europa che fanno parte del nostro ecosistema da sempre, pertanto non andrebbero distrutte in modo ingiustificato, e non vi è il bisogno di riportarle a nessuno. Vediamo quali sono le differenze nella struttura dei nidi:

FORMA: Il nido di quasi tutte le specie di Dolichovespula, quando appeso ad un ramo o altra superficie, tende ad assumere una tipica forma a pera rovesciata con la parte alta più ampia e quella bassa più stretta. Questa forma accomoda la configurazione dei favi all’Interno: il favo più sviluppato, qualora doveste dissezionare il nido, sarà quasi sempre quello più in alto (il più vecchio).
-Al contrario, il nido di V. velutina tende ad avere una forma più globulare o ovoidale, molto spesso con la sommità più stretta rispetto alla parte bassa, probabilmente per far scivolare la pioggia più facilmente. Dissezionandolo, aspettatevi di trovare i favi più larghi verso il basso o verso il centro.

INVOLUCRO: Il nido classico di Dolichovespula tenderà ad avere nella metà più bassa un involucro molto liscio (laminare), cioè i vari strati che lo compongono vanno pochissimo a contatto fra loro, rimanendo paralleli. Nella parte alta del nido, invece, è possibile trovare un più alto grado di anastomosi fra i vari strati, che comporta la formazione di varie piccole sacche.
In sezione, troverete che l’involucro è molto più spesso (maggior numero di strati) nella parte bassa, quella laminare, mentre i favi tendono ad essere concentrati in quella alta, che avrà quindi meno strati.
-L’involucro di Vespa velutina, invece, è completamente formato da sacche (embricato) e in sezione mostra di avere circa lo stesso spessore sia in basso che in alto.

DIMENSIONI: Ovviamente questo non è un carattere assoluto, dipende dallo stato di avanzamento del nido, ma in genere i nidi di Dolichovespula non sono più grossi di un pallone da calcio. Al loro interno troverete da uno a tre favi, qualche volta fino a cinque, anche se l’ultimo è quasi sempre incompleto.
-Le dimensioni del nido di Vespa velutina sono più generose: nidi molto prosperosi possono arrivare a un diametro di quasi un metro, rendendo difficile avvolgere le proprie braccia attorno ad essi, ma in genere si fermano attorno ai 50/70 cm. In sezione mostreranno facilmente una dozzina di favi.

COLORE: Il nido di Dolichovespula è composto da fibre di legno secco, pertanto spesso tende ad assumere un colore grigio chiaro. Non è sempre vero, infatti qualche volta hanno bande di svariati colori a seconda del tipo di legno usato. Ho in collezione un nido con alcune bande rosse che fu costruito in parte usando legno da uno steccato dipinto di rosso. Quasi sempre è possibile distinguere bande di colore bianco, sono i resti degli opercoli delle pupe, che le operaie riciclano.
-Il nido di V. velutina è anch’esso a bande, ma si nota di meno, perché il colore è relativamente uniforme e mai grigio. In genere è color ocra, perché ottenuto da legno marcescente o comunque con un certo livello di umidità.

CONSISTENZA: Il nido di Dolichovespula, al tatto, risulta flessibile. Se prendete un pezzo di involucro e lo piegate attorno a una matita, sarà difficile che si spezzi. Al microscopio, le fibre di cellulosa si mostrano strette, lunghe e parallele.
-Il nido di V. velutina è invece abbastanza friabile, se sottoposto al test della matita l’involucro tenderà a frammentarsi, e al microscopio le fibre di cellulosa sono irregolari, spezzettate e ricche di impurità.

LOCALITÀ: Dolichovespula è un genere di clima temperato che non ama molto l’ambiente mediterraneo, per cui è più facile incontrarlo in montagna o in aree ombreggiate. La maggioranza delle specie italiane è per lo più alpina, mentre una, Dolichovespula media, è comune lungo gli Appennini, percorrendoli completamente fino alla Calabria.
-V. velutina è comune anche a basse altitudini fino al livello del mare, ed è per ora (dicembre 2020) limitata a Liguria, sud del Piemonte e nord-ovest della Toscana. Se non vivete in una di queste zone, per ora, è molto difficile che troviate questa specie.

CICLO VITALE: entrambe le specie hanno colonie annuali che vengono fondate in primavera, si sviluppano in estate e si estinguono con l’arrivo della stagione fredda. Le colonie di Dolichovespula partono in tarda primavera e hanno vita breve, il loro ciclo riproduttivo è molto veloce e il nido viene abbandonato a circa 3-4 mesi di vita, evento che in genere avviene da luglio a settembre.
-V. velutina forma colonie dalla vita abbastanza lunga, tracce di attività residua possono persistere fino a fine anno e qualche volta persino dentro gennaio.

Dolichovespula
Foto in alto: nido di Dolichovespula media dalla Repubblica Ceca
Foto in basso: Nido di Vespa velutina ‘nigrithorax’ dalla Francia
Nido di Vespa velutina nigrithorax

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Vespa mandarinia nel mondo

Elenco dei luoghi dove sono stati rinvenuti esemplari di Vespa mandarinia o i suoi nidi,
Cliccare sull’immagine per aprirla Google maps.

Il calabrone gigante asiatico è presente in molti paesi asiatici dalla Cina fino al Giappone a Sud fino a Vietnam e ad Ovest fino al Nepal alle regioni orientali dell’India.

Da Agosto 2019, è anche presente in Nord America sulla costa del Pacifico vicino al confine tra Canada e Stati Uniti. Nella mappa sono indicate tutte le località dove sono stati trovati esemplari di Vespa mandarinia o i loro nidi.

Vespa mandarinia, conosciuta con il nome comune di Calabrone Gigante Asiatico o Calabrone Gigante Giapponese, è il più grande calabrone vivente del pianeta.
Le sue dimensioni sono impressionanti: il corpo può raggiungere e superare i 50 mm di lunghezza, mentre l’apertura alare arriva oltre gli 8 cm.

Questo esemplare rinvenuto in Yunnan raggiunge un’apertura alare di ben 93.51 mm ed una lunghezza del corpo (escludendo antenne, zampe e altre appendici mobili) di oltre 60 mm. Questo individuo era decisamente sopra la media delle già ragguardevoli dimensioni normali di questo grande calabrone.
Immagine di Daniele Valeriani che mostra le differenze di dimensioni tra le varie specie di imenotteri presenti in Italia e Vespa mandarinia.
Questo è il poster prodotto dal Washington State Department of Agriculture
con i dati della rimozione del nido di Blaine del 23 Ottobre 2020

Quanto è pericolosa Vespa mandarinia?

Dalle 15 alle 26 persone muoiono ogni anno in Giappone a seguito della puntura di Imenotteri (api, vespe e calabroni). In Cina questi numeri sono compresi tra le 30 e le 40 persone.
Quando si comparano questi dati con quelli di un paese Europeo come l’Italia, dove il servizio sanitario è gratuito e generalmente di buona qualità, e si notano dai 10 ai 20 morti all’anno, avendo una frazione della popolazione Cinese e circa la metà della popolazione del Giappone, si può dedurre che la Vespa mandarinia non sia affatto più pericolosa dei nostri calabroni Vespa crabro e Vespa orientalis.

Al di là di una piccolissima parte della popolazione che soffre di allergie specifiche, sono necessarie circa 60 punture di Vespa mandarinia per uccidere una persona adulta in buone condizioni di salute. La maggior parte delle persone punte da 30 calabroni giganti contemporaneamente sopravvive a questa dolorosissima esperienza.

Qui un video in inglese che riassume quanto espresso in questo articolo VIDEO

Per ulteriori informazioni guardate questo link

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Database online

Acta Plantarum – Schede delle piante Italiane

Atlas Hymenoptera – Atlante mondiale degli Imenotteri

Bladmineerders – Parassiti delle piante d’Europa – fillominatori, galle e funghi

Barcode of Life Data System (BOLD) – piattaforma di analisi e data storage online per le sequenze di DNA

Britsh Bugs – Enciclopedia degli emitteri britannici

BugGuide – Guida agli insetti

Cabi ISC – Il compendio delle specie invasive nel mondo

Catalog of Life – Catalogo completo e aggiornato annualmente di tutte le specie di viventi conosciute

Diplopoda.de – Tutti i diplododa

Encylopedia of Life – informazioni su ogni essere vivente

Featherbase –  Feathers database to give you an insight into the plumage of the birds of the world.

Fishbase – Database per le specie ittiche

Ittiofauna – Fauna dei corsi d’acqua interna europei

Leps – Falene e Farfalle di Europa e Nord Africa

NCBI – Il National Center for Biotechnology Information consente il progresso scientifico e medico fornendo l’accesso alle informazioni biomediche e genomiche.

Planetcatfish – La più grande raccolta mondiale di informazioni sui Loricaridi

Pyrgus.de – I lepidotteri e la loro ecologia

World Spider Catalog – Un database online che fornisce a utenti di tutto il mondo un accesso immediato a tutta la letteratura tassonomica su più di 48.000 specie di ragni

Conosci altri database online di specie di viventi?
comunicameli

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Lotta biologica contro Halyomorpha halys

La cimice asiatica o cimice marmorata è arrivata in Europa nel 2004, le prime segnalazioni in Italia sono del 2012 (Modena).
Si tratta di un Emittero Pentatomide fitofago, come tutti i Rincoti ha un apparato pungente succhiante con il quale penetra nei tessuti delle piante per succhiarne i liquidi zuccherini. Questo causa una suberificazione, o una necrosi dei tessuti coinvolti, rendendo il frutto colpito invendibile o causando la morte del seme.
Questa specie è estremamente polifaga e attacca pomacee, drupacee, leguminose, solanacee, ecc.
Le stime dei danni all’agricoltura sono di svariate centinaia di milioni di euro ogni anno.
Inoltre, nei mesi freddi cerca rifugio nelle nostre abitazioni, causando non pochi disagi.

Nel 2012 i nostri normali predatori di cimici come ragni, mantidi, uccelli insettivori, anfibi, rettili ed i parassitoidi non riconoscevano questo insetto e quelli che hanno provato ad assaggiarlo lo hanno sputato disgustati.
Ci sono filmati (purtroppo non miei) di rospi che le sputano dopo averle morse e si puliscono la lingua con le zampe, ragni che tagliano la tela in cui sono rimaste intrappolate le cimici per liberarsene, persino mantidi che dopo un primo assaggio, la lasciano andare e si puliscono le mandibole.
Di seguito un paio di video di Mantide che lascia andare una Halyomorpha dopo averla assaggiata.

Riproduzione

Halyomorpha halys compie due generazioni all’anno deponendo una decina di ovature da 28 uova disposte in modo geometrico molto preciso.

La lotta chimica è risultata inefficace per combattere questo insetto, quindi ci si è concentrati sui metodi di lotta biologica.

Progetto di lotta biologica

I migliori candidati da utilizzare nella lotta biologica contro Halyomorpha halys sono tre imenotteri parassitoidi che depongono il proprio uovo all’interno dell’uovo della cimice.

  • Anastatus bifasciatus, autoctono
  • Trissolcus japonicus
  • Trissolcus mitsukurii

Tra questi 3 insetti, Anastatus bifasciatus è l’unico insetto autoctono già presente in Italia motivo per il quale Bioplanet di Cesena, ha puntato molto su questo insetto

https://bioplanet.eu/it/anastatus-bifasciatus/

Le femmine di Anastatus bifasciatus vivono circa un paio di mesi, nel corso dei quali depongono circa 50 uova all’interno di grandi uova di cimice. Gli adulti sono glicifagi (si nutrono di liquidi zuccherini come melata e nettare).

Inizialmente presentava caratteristiche promettenti. Nei primi test in ambiente controllato è arrivato quasi al 50% di ovature parassitizzate, purtroppo una volta provato in campo non ha superato il 6% di ovature colpite.
Non molto efficace in quanto è un parassitoide generalista, quindi colpisce molti altri insetti oltre ad Halyomorpha halys.
E’ stato comunque scelto di fare lotta biologica con questo imenottero autoctono nella regione autonoma del Trentino i lanci sono stati effettuati a Giugno 2020
3 mila esemplari sono stati rilasciati nei boschi vicino ai meleti di Nalles

Scartato Anastatus, si è passati a studiare gli imenotteri del genere Trissolcus originari delle stesse aree di Halyomorpha halys e suoi parassitoidi specializzati.

Ogni femmina di Trissolcus sp. depone una cinquantina di uova e l’insetto compie da 8 a 10 generazioni ogni anno in funzione dell’andamento climatico.

Prima di immettere una specie in un’area dove questa non è presente, vanno fatte varie considerazioni sull’impatto ambientale che questa azione comporterà e quali saranno gli effetti a lungo termine, a questo fine, il CREA DC ha redatto uno studio analizzando tutti questi fattori di rischio.

Mentre noi europei facevamo queste prudenti considerazioni, gli yankee dall’altra parte dell’atlantico hanno deciso di non aspettare e hanno lanciato Trissolcus sp. apparentemente senza causare grossi disastri ambientali (QUESTA volta gli è andata bene). Nel frattempo sono state trovate in Italia ovature di Halyomorpha halys parassitizzate da Trissolcus japonicus e Trissolcus mitsukurii che sono arrivate nel nostro paese spontaneamente seguendo i propri ospiti preferiti.

A questo punto, considerato che Trissolcus sp. era già presente nel territorio nazionale e tenendo in considerazione i risultati interessanti ottenuti in laboratorio di quarantena autorizzato, si è deciso di procedere all’allevamento e al lancio di Trissolcus japonicus.

I primi lanci sono avvenuti a Giugno 2020 rilasciando 66.000 esemplari in 5 regioni Friuli Venezia Giulia, Veneto, Emilia-Romagna, Lombardia e Piemonte e nelle 2 province autonome di Trento e Bolzano.

A fine anno sarà possibile analizzare i dati della effettiva parassitizzazione da parte di Trissolcus japonicus, Trissolcus mitsukurii e Anastatus bifasciatus su ovature naturalmente deposte raccolte in alcuni dei siti di lancio.

Allevamento di Trissolcus Japonicus. Intervista a Lara Maistrello

Video 29 aprile presentazione progetto

https://agricoltura.regione.emilia-romagna.it/notizie/2020/aprile/online-materiali-video-webinar-contrasto-cimice-asiatica

Interventi

https://agricoltura.regione.emiliaromagna.it/convegni/2020/contrasto-alla-cimice-asiatica-la-lotta-biologica-con-il-parassitoide-trissolcus-japonicus

Nel 2020 abbiamo assistito ad un calo della popolazione di Halyomorpha halys rispetto agli anni precenti che può essere in parte dovuto anche ad altri fattori biotici e abiotici.
L’andamento climatico nel 2020 non è stato particolarmente favorevole ad Halyomorpha halys, e FINALMENTE i nostri ragni, mantidi ed altri animali insettivori hanno cominciato a mangiarsele… c’è voluto qualche anno, ma finalmente si sono adattati al gusto forte della cimice asiatica.

Ad oggi non è ancora possibile dire se i lanci hanno avuto successo o meno, in attesa dei dati definitivi, nei prossimi anni vedremo se i lanci di Trissolcus japonicus hanno portato all’effetto sperato.

Aggiornamento del 14/11/2020
In un articolo scientifico appena pubblicato si evidenzia l’attività di vari insetti normalmente presenti nella nostra fauna nel divorare uova e neanidi di 1a età di H. halys.
Particolarmente efficace si è rivelato un piccolo ortottero onnivoro. Vi rimando alla lettura dell’articolo per i dettagli.

Eupholidoptera chabrieri si è rivelato un ottimo predatore di uova e di neanidi di 1a età di H. halys fornendo un potenziale aiuto nel contenimento della specie invasiva.

Aggiornamento al 22/01/2021

Il CREA ha rilasciato un comunicato stampa in cui si annuncia che il 35% delle uova di Halyomorpha halys sono risultate parassitizzate da Trissolcus japonicus ed altri parassitoidi.
Qui il link comunicato.

Aggiornamento 26/02/2021

Intervista a Lara Maistrello sulla situazione a Febbraio 2021

Aggiornamento del 12/03/2021

Il programma dei lanci è stato rinnovato per le regioni e province che già avevano avuto approvazione nel 2020 ed è stato esteso anche ad altre regioni che ne hanno fatto richiesta tra le quali Liguria, Marche, Umbria, Campania e Sardegna.

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